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Lo sguardo della bestia - primo capitolo

Uno — Terzo mezzanino


Giovedì, Febbraio 14, 2008


Lo vide, dalla strada, attraverso la finestra del bar. Giocava a carte con altri tre nonni, circondato da altri spettatori. Lo riconobbe subito anche se i suoi capelli erano diventati bianchi e si era fatto crescere la barba. Era l'anima del bar, rideva e faceva ridere, ogni mano di carte accompagnata dai commenti che gli altri festeggiavano. Di tanto in tanto, tuttavia, lasciava andare lamentele violente condimentate di tosse. Era sempre lo stesso bastardo.

Tutto ciò risuonava nello stomaco di Balasch. Le battute, le lamentele, le urla gli erano ancora familiari venticinque anni dopo e, lentamente, si accorse di un altro Balasch, uno piccolo e anticho, che si lamentava e si rimpiccioliva dentro di lui. Aveva superato da tempo la paura dei violenti e voleva farglilo capire, ma anche cosí, la vocina dentro di lui insisteva perché se ne andase.

“Antoni! Vuoi che mi chiudeno il bar?” urlai il propietario dopo aver visto il vecchio accendere una sigaretta.

L'uomo, magro e malaticcio, si alzò con volto disgustato, fece un passo sulla sigaretta e si diresse verso il lavandino protestando in voce bassa.


“Guarda, caro” gli aveva detto suo zio pochi giorni prima, “devi parlare con lui. Devi metterti di fronte a lui e devi perdonarlo“.

“Assolutamente no! Guardi troppi video di terapisti”.

“Tuo padre è come lui è, in larga misura, a causa della vita che ha avuto. Tu sei quello che sei, a causa de quello che hai vissuto. Hai un brutto carattere, come lui. Anche se non lo vuoi, in qualche modo voi due siete identici”.


Ed eccolo lí, nel quartiere del Fondo di Santa Coloma, dove aveva giocato, studiato e cresciuto. Dove aveva sofferto a lungo fino a quando sua madre, lui e la piccola Clara erano fuggiti da quell'uomo che intendeva affrontare.

Si sedette al bar, chiese una birra e pagai. Nell'attesa che suo padre tornasse, accompagnando ogni sorso, la vocina insisteva, come un mantra, che voleva andarsene.

Il suo cellulare squillò e, quando vide chi stava chiamando, uscì in strada per rispondere. Il sergente Ros e una giovane donna morta nell'Eixample lo richiedevano.

Dalla strada, lo vide tornare al tavolo e mandare a quel paese il proprietario del bar che lo rimproverava per fumare nel lavandino. Decise di lasciarlo per il momento. Con energia, spostai il suo corpo alto, sottile e atletico fino alla macchina di servizio che aveva preso in prestito dalla stazione di polizia. Avviò il motore, accese la sirena, e il piccolo spaventato che abitava dentro lo ringraziò. Pasqual Balasch lasció il quartiere di Fondo a tutta velocità circondato da insicurezze che venivano da lontano.



Erano le sette e mezza del pomeriggio quando parcheggiavva a un angolo nell'Eixample destro, al confine con il quartiere di Gràcia. Il freddo lo spinse ad aggiustarsi la sciarpa e il cappotto. Si accreditó davanti a un poliziotto in divisa che gli fece passare attraverso il nobile portone di legno e vetri multicolori. Una volta dentro, osservó l'ascensore in ferro attorcigliato e legno scintillante, le grandi scale di marmo e le pareti dipinte di rosa, azzurro cielo e verde acqua.

“Pasqual!” gridò Rafael Ramirez, agente della Omicidi e dieci anni più giovane di lui, mentre scendeva le scale con un taccuino in mano, vestito con un lungo cappotto, giacca e cravatta.

Quando scese, gli chiese di seguirlo lungo un sentiero che trovò insolito. Dietro l'ascensore c'era uno stretto corridoio buio che portava al cortile interno dell’isolato; poi si doveva salire, all'aperto, per una vecchia scala metallica che supponeva che un giorno fosse la scala di servizio.

“Il sergente?” chiese mentre saliva i gradini due per due.

“Su”.

Raggiunse il mezzanino e si fermò per qualche secondo per osservare il cortile. Quello che un tempo era il grande balcone di un immenso appartamento era diventato, vittima de sbriciolamento speculativo, una via per accedere a minuscoli appartamenti. Nel cortile, recuperato come giardino pubblico, spiccava un albero di cocco che raggiungeva i primi piani. Sembrava voler scoprire l'intimità dei vicini che, a loro volta, popolavano finestre e balconi e truffavano spudoratamente il viavai dei poliziotti. Alla porta d'ingresso del mezzanino tre, una vecchia uscita al balcone convertito, Rafa lo aspettava.

Diede un'occhiata all'interno dell'appartamento e vide gli agenti della Polizia Scientifica.

“Chi è la vittima?”.

“Verònica Prats, nato a Barcellona il 2 agosto '75” rispose Rafa guardando il taccuino. “Secondo l'ID, residente in via Llibertat, 53 bis”.

“Chi l'ha trovata?“.

“Salvador Tort, dall'ottavo mezzanino. Dice di aver visto la porta aperta, sbirciò per salutare Verònica e vide qualcuno in fondo, nella stanza. L'uomo, circa 40, era fermo davanti al letto e sembrava mormorare qualcosa. Improvvisamente, si rese conto che lo stavano osservando e si precipitò fuori. Quando arrivó a la porta disse, secondo il testimone con un forte accento sudamericano, «è colpa mia» ed è scappato. Erano circa le sei e mezza del pomeriggio”.

“Lo riconoscerà?”.

“Dice di sì. L'ho mandato in comissaria per fare un ritratto robot”.

“Qualunque altra cosa?”.

“Secondo il vicino, Verònica viveva qui non due mesi fa. Un'altra vicina dice di aver visto, quando usciva dall'ascensore, un tipo ben vestito con un lungo cappotto venire da questa parte, ma non ha visto la sua faccia. Erano circa le sei del pomeriggio”.

Montse Martí, il capo della Scientifica, si avvicinò.

“Come va?” chiese Balasch.

“Vieni, non c'è troppo casino. Ester è già dentro”.

Salutò con la mano il sergente Ester Ros, quarantadue, giacca, mezza criniera e sorriso amichevole.

“Continuo a intervistare i vicini" disse Rafa.

Balasch indossò guanti e le guardie delle scarpe ed entrò con cura.

L'appartamento era una successione lineare di camere senza corridoio. Iniziava con un ingresso diventato cucina, con spazio sufficiente per quattro fornelli a gas butano, un frigorifero e quattro piccoli armadietti di legno con cardini che cominciavano a soffrire di Alzheimer metallico. Il cibo fresco, poco, cercava di sfuggire alla data di scadenza all'interno di un frigorifero alto mezzo metro. A terra, piccoli frammenti di vetro sembravano indicare il metodo di ingresso dell'assalitore. Dentro il bidone della spazzatura c'erano frammenti di un vaso di ceramica bianca e blu, alcuni macchiati di rosso.

"È sangue", aggiunse Montse.

Non ci volevano più di due passi per invadere la sala da pranzo, dove un tavolo rotondo fagociava uno spazio avvolto in carta da parati floreale. Sul tavolo, abbandonato, c’era un sacchetto di plastica con la spesa e una borsa. La televisione, piccola, verde e con antenna a corno, occupava una posizione presa in prestito in un angolo del vecchio e solenne buffet. Solo una foto, di una ragazza adolescente che sorridente abbracciava una donna, contribuiva con un po 'di colore nello spazio decorato in bianco e nero. Dall’altro lato della sala da pranzo, in un angolo, la porta del bagno si nascondeva, prefigurando la piccolezza del gabinetto.

"Pasqual," salutó il sergente e poi si rivolse al capo della Scientifica “Montse, aggiornaci”.

"Gli scarti di vetro alla porta ti farebbero pensare a una rapina se non fosse che non sono stati presi soldi o il cellulare”.

"Chiamate recenti?” chiese Balasch.

Montse mostrò, in risposta, un sacchetto di prove contenente un telefono visibilmente rotto.

"Impronte?”

"Ci stiamo ancora lavorando, ma è sorprendente che non ce ne siano sulla maniglia della porta d'ingresso, sul divano o sul telefono".

Allerò il braccio al buffet e, chiedendo il permesso con il suo sguardo, prese un taccuino a spirale. Sulla copertina c'era scritto "Storia dell'Arte" e contenesse quello che sembrava note di classe, tutte scritte in stampa chiara di colori diversi. Tra le spirali c'erano pezzi di carta. Diede un'occhiata alle pagine bianche e si fermò su una in cui vide tracce di scrittura.

"Che succede?” chiese Montse.

"Non sono sicuro. Diresti che qualcuno qui ha scritto ‘Signor Giudice’?

Montse annuì con un sorriso sulle labbra e prese nota.

La camera da letto era l'unica stanza con dimensioni accoglienti: ospitava, senza rabbirividire, un letto matrimoniale con testiera di legno, un armadio moderno e due comodi abbinati. Gli sembrava che quello spazio senza finestre desse un triste significato all'intero appartamento: un covo per nascondersi dai pericoli del mondo esterno, un luogo di passaggio dove guarire le ferite e tornare in vita con forze rinnovate. Ma quella stazione di transito era diventata il capolinea per la giovane donna morta che era sul letto.

Il corpo era posizionato in modo così equilibrato da sembrare innaturale. Era sul lato del letto più vicino alla porta e suggeriva l'immagine di una moderna Biancaneve in attesa del bacio del Principe Azzurro. Il suo volto, tuttavia, mancava di speranza: la sua guancia destra mostrava evidenti segni di violenza. Quella faccia aveva smesso di sorridere molto tempo fa e non avrei mai potuto farlo di nuovo.

Poi vide un vecchio armadio e il suo piccolo sé si accartocciò nello stomaco. Quercia, due porte con rilievi, un cassetto in basso, ferramenta e pomolo in metallo. Praticamente identico a quello che aveva visto nella stanza dei suoi genitori. Dove suo padre lo aveva rinchiuso ogni volta che lo puniva. Quel buco spaventoso dove aveva condiviso lunghi periodi di oscurità e odore di naftalina con cappotti e scatole di scarpe. Lì, da dove aveva sentito sua madre ribellarsi contro suo marito senza mai riuscirci.

Aprì l'armadio e, per un secondo, gli parve di vedere un ragazzo in pantaloncini, seduto al buio, con le lacrime che gli rigavano il viso. Si voltò verso la vittima e accovacciase a guardarla dall'altezza di un bambino. Nel profondo della retina, per un solo istante, vide sua madre incosciente stesa sul letto. Ed escluse definitivamente la teoria di un ladro omicida.


Il corteo giudiziario riempí la camera. Balasch mise il broncio quando vide il giudice Peláez, un tipo con molto buon senso, ma un vero osso duro quando si trattava di aprovare mandati di perquisizione o di ascolto. Fu seguito da Ximo Boronat, il medico legale, con il quale aveva a lungo una relazione molto vicina a l'amicizia.

Il sergente li aggiornai mentre il cancelliere prendeva febbrilmente appunti. Quando il giudice lo ebbe autorizzato, tutti si ritirarono in un angolo per lasciare che il medico legale lavorasse. Balasch ringraziò mentalmente Ximo per l'estrema delicatezza con cui muoveva la parte posteriore della testa di Verònica.Tuttavia, il resto di ciò che vide lo lasciò simpaticamente preoccupato. Da un lato, la posizione piegata di Ximo gli faceva scivolare gli occhiali lungo il naso, costringendolo ad alzare il mento in modo che non cadessero completamente; dall'altro, il gusto dubbio di combinare i vestiti del medico: pantaloni in velluto a coste marrone, piccolo gilet in maglia di diamante e camicia a maniche corte.

"Il crimine è stato commesso questo pomeriggio, massimo tre ore fa", stabilí. “Ha un duro colpo al volto, un trauma alla parte posteriore del cranio, e direi due vertebre del collo rotte”.

Balasch vide un uomo colpire il volto di Verònica, come perdeva l'equilibrio e sembrava persino sentire la frattura cervicale. Un piccolo brivido le corse lungo la schiena quando vide il viso di sua madre invece di quello di Verònica.

"L'hanno picchiata, lei è caduta e si è rotta il collo", afirmasse Balasch mentre indicava una macchia di sangue sul comodino.

"E come è finita sul letto? L'hanno mossa?” disse più che chiesse il sergente.

"Oltre a quello", disse Ximo, che stava guardando l'interno dell'orecchio sinistro, "c'è del sangue qui che non credo possa venire dalla ferita sul collo."

Lo sguardo di Balasch chiese senza dover dire nulla.

“Potró dirvi di piu…”

"Quando hai fatto l'autopsia," concluse Balasch, cercando di fare una battuta e scrollarsi di dosso il disagio.

"Domani alle 11," riferì Ximo.

Esaminarono con il giudice l'elenco delle azioni da compiere: intervistare i vicini, controllare l'alibi di Tort, visitare l'indirizzo apparso sul DNI, elaborare il ritratto del robot e analizzare il cellulare, il taccuino, il vaso rotto e il sangue di orecchio. Prima di partire, Balasch dedicó un ultimo sguardo alla vittima. Avrebbe dovuto visitare sua madre il prima possibile.

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